E la messa iniziò a guardare in alto

Furono dall’XI secolo i cluniacensi (ordine appena costituito e molto attivo in quell’epoca) ad accentuare il gesto previsto nelle rubriche del messale romano quando, al momento di dire « Prese il pane », si doveva portare l’ostia all’altezza del petto: essi cominciarono invece a sollevarla alta sopra la testa, a volte nel momento stesso in cui pronunciavano le parole della consacrazione. L’innovazione piacque molto ai fedeli, ma non altrettanto alla gerarchia la cui « preoccupazione pastorale – scrive Mauro – si rivolse soprattutto a evitare gesti di adorazione indebita, qualificata tranquillamente come idolatra »; in effetti, il rischio di interpretare quell’atto in modo superstizioso o addirittura magico non era lontano dalla realtà: c’era chi riteneva che la visione dell’ostia equivalesse al sacramento (si parlava addirittura di « comunione visiva » od « oculare ») e « molti entravano in chiesa per assistere all’elevazione e, una volta finito il rito, se ne ritornavano alle loro occupazioni », disinteressandosi completamente del resto della messa. Si pensava inoltre che tale pratica preservasse per quel giorno dalla morte improvvisa e la credenza non è del tutto estranea al fatto che si cominciarono a suonare le campane alla consacrazione, in modo che i circostanti potessero letteralmente correre in chiesa (ci sono notizie persino di resse e incidenti). A loro volta i preti erano sollecitati a tenere l’ostia alzata il più a lungo possibile, oppure a ripetere l’elevazione varie volte, mentre un chierico teneva un cero alzato alle spalle del celebrante affinché i fedeli potessero vedere meglio il tondo bianco portato verso l’alto… Avevano dunque ragione i vescovi a tentare di regolamentare questa devozione, che si propagò molto rapidamente in Europa (a tutt’oggi, l’elevazione è sconosciuta agli ortodossi); e, se già nel 1219 papa Onorio III raccomandava di inchinarsi con riverenza alla consacrazione, intorno alla metà del XII secolo si sentì la necessità di annettere all’elevazione un sovra-significato spirituale, stringendo un’analogia con l’innalzamento di Cristo sulla croce. Vengono composte anche apposite orazioni – alcune delle quali tuttora in uso – da pronunciare mentre si fissa il pane consacrato. D’altronde nel 1274 viene istituita la festa del Corpus Domini, con relativa processione cittadina (in pratica un’ « elevazione » prolungata e pubblica): « Dall’interno della celebrazione – scrive padre Falsini – il culto reso all’ostia è stato portato fuori in processione, cui seguirà l’esposizione »; e il culto eucaristico si stacca così sempre più dalla messa, trovando spazi a sé come quelli dell’adorazione: la quale ha il suo perno nell’ostensorio, oggetto sostitutivo del gesto sacerdotale dell’elevazione. La visione e il « riconoscimento » dell’ostia funzionano peraltro come attestato di ortodossia, contro le varie tendenze ereticali che negano la presenza reale nell’eucaristia. Si tratta però – crede ancora Valerio Mauro – di un risultato « pagato a caro prezzo. La visione devota dell’ostia non può essere messa sullo stesso piano della partecipazione alla mensa eucaristica ». Più tardi verrà la controversia luterana ( che non a caso accuserà di idolatria l’adorazione dell’ostia) e la conseguente riforma cattolica nella quale – ancora Falsini – « si consuma la netta divisione tra altare e tabernacolo »: da allora in poi il culto eucaristico puntato sullo sguardo « polarizza la pietà cattolica post-tridentina» oscurando l’aspetto di comunione, praticamente fino al Vaticano II. Ma il processo non va interpretato solo nei suoi lati più discutibili. Attraverso una « rivoluzione » proveniente dal basso, dal mondo laicale (come spesso accade nei cambiamenti della Chiesa), infatti, l’elevazione dell’ostia e i successivi collegati sviluppi cultuali danno voce a un desiderio profondamente umano, quello del « vedere », che dai secoli bui ad oggi non è affatto diminuito di valore – anzi! – ed è comunque culturalmente e teologicamente assai legato al credere. Il cappuccino Mauro cita l’esempio del fondatore, il Poverello d’Assisi, per il quale la visione con gli occhi del corpo costituiva l’elemento forte di una spiritualità sempre e comunque collegata al Vangelo: « L’animo di Francesco ci aiuta a comprendere una possibile interpretazione del desiderio medievale di vedere l’ostia. Abbandonando ogni deriva magica o superstiziosa, possiamo cogliere in quel gesto così distante dalla nostra prospettiva culturale e liturgica i presupposti per un’espressione autentica della fede… Il desiderio in se stesso era animato da uno spirito evangelico: la visione come possibile passo verso una fede piena e matura ».

 

«Un tempo il popolo non vedeva assolutamente i gesti del sacerdote durante la consacrazione e l’elevazione era l’unico momento in cui i fedeli (tagliati fuori anche dalla lingua) avevano davanti un segno chiaro cui aderire almeno mentalmente, sentendo di partecipare a un rito fatto anche per loro. Oggi i tempi sono cambiati e l’innalzamento dell’ostia non ha più questa funzione». Don Silvano Sirboni, parroco dei Santi Apostoli di Alessandria e direttore dell’Ufficio Liturgico diocesano, unisce alla competenza accademica una sensibilità pastorale che gli impedisce di offendere la cosiddetta «fede  dei  piccoli».

Don Silvano: un tempo il culmine della messa era considerata l’elevazione. E adesso?

«La prima cosa da dire è che quel rito nasce in un contesto storico preciso, quando i cristiani facevano la comunione solo molto raramente e dunque volevano almeno ‘vedere’ l’ostia; oggi il problema non esiste più in quei termini, anzi forse è addirittura il contrario, vista certa facilità nel comunicarsi… Un altro aspetto importante è che la riforma liturgica ormai dovrebbe aver trasmesso, almeno nei sacerdoti, l’idea che il vertice dell’eucaristia (vedi le premesse al Messale romano) è piuttosto la condivisione dell’unico pane e dell’unico calice: cioè il mangiare, non il vedere ».

Un tempo però si insegnavano addirittura piccole giaculatorie da recitare silenziosamente nel momento « clou » dell’elevazione, tipo l’esclamazione evangelica di san Tommaso: «Mio Signore e mio Dio! ». Adesso non bisogna più farlo?

« Non mi vergogno di dire che quelle preghiere le recito ancora, a livello privato le ritengo un momento di personalizzazione molto importante. Però subito dopo la liturgia prevede l’acclamazione pasquale, che spiega assai bene il senso di ciò che abbiamo adorato: il Cristo pasquale morto, risorto e che verrà. Il fatto di esprimere nella nostra tradizione occidentale un momento di adorazione eucaristica è corretto, purché nei fatti rimanga un momento e non l’esasperazione di un gesto che oscura tutti gli altri. Tant’è vero che oggi non si parla più di elevazione, bensì di ostensione, mantenuta dalla riforma liturgica perché ormai entrata nella prassi e opportuna per esprimere la fede nella presenza reale».

In concreto i preti che devono fare, allora?

«Quello che c’è scritto nel messale, senza lasciarsi condizionare dalle abitudini o tanto meno dalla sensibilità devozionale di cui tutti siamo un po’ eredi. In questo modo si educano anche i fedeli, le cui abitudini cambieranno se vedono applicati correttamente i riti previsti».

Siamo franchi: qualcuno potrebbe temere una deriva «protestante»…

«Nessun pericolo. La finalità dell’eucaristia è partecipare alla mensa e il momento di adorazione forse più importante si verifica proprio con la professione di fede individuale dell’amen pronunciato ricevendo il pane e il vino alla comunione».

E la messa iniziò a guardare in altoultima modifica: 2009-06-18T15:27:44+02:00da borgosotto
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