Se la Chiesa scopre i confessionali deserti

«C´è qualcuno che arriva non solo per presentare la lista dei peccati come fosse quella della spesa e chiedere il conto finale. C´è ancora chi cerca una guida spirituale e dopo la confessione si ferma a chiedere consigli. Del resto, il confessionale è l´unico luogo dove puoi raccontare tutto te stesso senza paura che altre persone possano conoscere i tuoi segreti. I pochi che cercano questa confidenza spirituale aprono davvero la loro anima e parlano di tutto. Ci sono le mogli che chiedono come possano riconquistare il marito, ci sono impiegati che vogliano sapere se, di fronte a certi comportamenti del datore di lavoro, debbano tacere o reagire. C´è anche chi viene a chiedere consigli sui candidati da votare. Ho ascoltato l´esortazione del Papa, quando ha detto che i confessionali sono vuoti da tutti e due i lati e che la diserzione dei fedeli a volte è preceduta dalla diserzione dei sacerdoti. È vero, non è facile essere un buon confessore. La saggezza umana e sacerdotale è fondamentale e per guidare gli altri al bene bisogna prima di tutto impegnarsi in una vita di santità». L´abbandono del confessionale è confermato dal sociologo Pierpaolo Donati (fu allievo di Achille Ardigò), professore nell´ateneo bolognese e membro della Pontificia accademia di scienze sociali. «C´è una forte attenuazione, se non la scomparsa, del senso del peccato, soprattutto in quella che viene ritenuta la sfera privata che riguarda affetti, erotismo, sesso. Soprattutto i giovani pensano sia più grave non pagare le tasse, parcheggiare male, guidare ubriachi… insomma fare cose che possano danneggiare gli altri. Nella sfera intima, invece, ognuno si giudica da sé. C´è un´altra causa di questo disincanto, disaffezione o abbandono nei confronti della confessione. È venuta meno, anche nel mondo cattolico, la necessità della mediazione della Chiesa nel percorso di salvezza personale. Perdita di senso del peccato e assenza di mediazione sono tipici del mondo protestante e investono ormai da anni il mondo cattolico. Ma l´esperienza protestante ha portato conseguenze pesanti. In Scandinavia, poi in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi il rifiuto della mediazione del sacerdote nella relazione con il soprannaturale ha portato all´isolamento dell´individuo e a un senso di solitudine. E l´abbandono della confessione ha preceduto l´abbandono della pratica religiosa. Noi il primo passo lo stiamo già compiendo. Senza una svolta, ci sarà presto un forte abbandono di tutta la pratica religiosa». «Ha fatto bene il Papa – dice il professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi – a parlare di confessionali vuoti da tutte e due le parti. I preti dovrebbero credere di più nella confessione. Ma la loro cultura sacerdotale non è adeguata al nostro tempo. Tanti ascoltano l´elenco di mancanze è omissioni riguardo ai comandamenti e alle norme ma non comprendono che la confessione – come diceva San Giovanni Maria Vianney, il curato d´Ars – è la medicina spirituale dell´anima. E fanno confusione fra anima e sistema psichico, anche a causa di una formazione che è astratta, teorica, libresca. Gli psichiatri fanno il loro mestiere, i sacerdoti hanno un´altra missione. Aiutano gli uomini a riconciliarsi con Dio e in questo cammino la confessione è uno strumento fondamentale. La persona che si confessa scarica pesi interiori, cerca un rapporto con il sacerdote, non è più una monade isolata. Confessarsi a un prete significa anche accettare la sua guida. Si può imparare da soli ad usare un computer, ma è impossibile diventare guida spirituale di se stessi». Quasi tutti gli italiani si sono confessati almeno una volta. Il giorno che precedeva la prima comunione c´era l´incontro con il parroco o il cappellano. C´era tensione come a un esame. «Cosa ti ha chiesto? Che penitenza ti ha dato?». Recita dell´Atto di dolore, poi qualche Pater Noster o Ave Maria in ginocchio. «La confessione è fra i primi sacramenti che si ricevono – dice Franco Garelli, preside di Scienze politiche a Torino e docente di sociologia della religione – ed è anche fra i primi a scomparire. Un´ampia fetta di popolo che si dichiara cattolico e si ritiene ancora tale l´ha già abbandonata. Parliamo di quell´80% della popolazione che si dice cattolica ma non è praticante. Persone che continuano ad andare in chiesa saltuariamente, per un battesimo, un matrimonio, un funerale ma che non si avvicina più a un confessionale. “Confessarsi almeno una volta all´anno, a Pasqua”, è un invito ormai senza risposta. E giorni prima di Pasqua i sacerdoti si preparano, sono pronti nei confessionali. Io li ho visti, in vana attesa, e mi sono chiesto: che sia scomparso il senso del peccato? Forse è così. Di certo, c´è quella che si può chiamare individualizzazione della fede. Tanti oggi ritengono di potersela vedere con Dio direttamente, e in questa fede fai da te c´è spazio anche per l´auto assoluzione. Il motivo è questo: si pensa al peccato solo verso gli altri e c´è meno l´idea di un peccato verso Dio». L´abbandono del confessionale è provocato anche da sacerdoti che hanno perso un certo carisma. «Perché – si chiedono in tanti – io devo confessarmi davanti a un altro uomo? La confessione – dice il professor Franco Garelli – è stata colpita al cuore da chi, per decenni, l´ha trasformata in un arido racconto di peccati. L´uomo che si inginocchia in un confessionale avrebbe bisogno invece di un sacerdote preparato e capace di capire il mondo di oggi. Un prete che non è lì ad accettare il tuo elenco della spesa ma è in grado di proporsi come una vera e riconosciuta guida spirituale». Nel suo convento di Rovereto, padre Enzo Redolfi continua a passare ore ed ore senza vedere un fedele dietro la grata. «Ma bisogna essere qui, quando un penitente viene a chiedere perdono. Io confesso da vent´anni e non sono in grado di fare una statistica perché sono passato da un convento all´altro e i conventi non sono parrocchie con fedeli residenti. Arriva da noi anche chi non vuole confessarsi davanti al proprio parroco, perché non gli piace o ci ha litigato. L´unico dato evidente è che sono spariti i giovani». Ci sono sacerdoti che confessano bambini e adulti fuori dal confessionale, in un banco della chiesa. «Io resto fedele alla tradizione. Il confessionale garantisce il segreto e il silenzio. Io resto qui ad aspettare e mi sento davvero utile. Chi altri può offrire luce, certezze, consigli, coraggio e consolazione?».

 

Pag 43 “E’ il dialogo diretto con Dio il pericolo che contagia i fedeli” di Orazio La Rocca

Parla mons. Girotti, reggente della Penitenzieria Apostolica

 

Città del Vaticano – «Se la confessione è in crisi la colpa è anche di quei sacerdoti che, troppe volte, non si mostrano eccessivamente disponibili all´ascolto nel confessionale perché presi da altre questioni».

È un mea culpa autorevolissimo quello che arriva dal vescovo Gianfranco Girotti, prelato reggente della Penitenzieria Apostolica, il dicastero vaticano preposto alla supervisione del sacramento della confessione nella Chiesa. Apparentemente, il vescovo non sembra sorpreso dalla lettera scritta dal Papa per l´Anno sacerdotale, nella quale Ratzinger invoca – tra l´altro – un mea culpa ancora più severo per la pedofilia tra i preti, «crimine abominevole mai abbastanza deplorato».

Monsignor Girotti, ma quali sono le vere cause che stanno alla base della grande fuga dai confessionali?

«Credo che anche questo sacramento paghi lo scotto dei mutamenti in corso nella società e all´affermarsi di una nuova forma di mentalità che ha inevitabilmente portato all´appannamento della pratica della confessione».

Eppure, durante le messe, le comunioni vengono ugualmente distribuite in abbondanza. Come lo spiega?

«Penso che tra la gente si stia insinuando un nuovo modo di concepire il peccato che, eliminando la mediazione del sacerdote, porta a momenti di autoassoluzione con presunte forme di dialoghi diretti con Dio, “scorciatoie” mistiche che non fanno bene a nessuno. Circa il 34 per cento dei fedeli ragiona così e rifiuta la mediazione sacerdotale nella confessione. È un fenomeno nuovo che stiamo monitorando da tempo, anche se parlare di statistiche esatte è ancora prematuro».

È cambiato il modo di concepire il peccato?

«Dirò di più: si è indebolito il senso del peccato e della colpa. Al confessore non vengono denunciate le mancanze, i casi specifici, ma solo il senso di afflizione dell´anima, lo smarrimento generico, senza entrare nel merito delle colpe commesse. Si chiede solo aiuto».

Di chi è la maggiore responsabilità di questa situazione?

«Si deve prima di tutto al cambiamento di mentalità, ma anche alla poca disponibilità che gran parte dei sacerdoti mostrano verso la confessione. Per cui fa benissimo Benedetto XVI a riportare al centro dell´interesse dell´Anno sacerdotale anche questo sacramento. Giovanni Paolo II spesso diceva che il sacerdote quando in confessionale assolve commette l´atto più grande dopo la celebrazione dell´Eucarestia. È bene non dimenticarlo. Il Santo Padre, quindi, ha fatto benissimo a sollevare un tema così delicato come è la scarsa pratica del sacramento della Riconciliazione, cioè la confessione. E´ un problema che anche io ho sollevato in più occasioni».

Quali sono i peccati che vengono maggiormente confessati?

«Non è mai lecito rivelare quel che si dice in confessionale. In linea di massima, però, si può dire che accanto ai classici peccati mortali – non uccidere, non rubare, non commettere atti impuri… – ci sono altri nuovi peccati legati alla droga, alla bioetica, all´Aids, all´ecologia, alla cattiva amministrazione. Ma, al di là delle colpe vecchie e nuove, l´importante è tornare ad avere fiducia nella confessione».

Se la Chiesa scopre i confessionali desertiultima modifica: 2009-06-19T19:20:10+02:00da borgosotto
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