Ma a quando un «anno dei laici»?

Ebbene, noi crediamo che questi milioni di laici «qualsiasi» se lo meritino, che per un anno la Chiesa intera li ricordi e preghi soprattutto per loro. Se non altro per la silenziosa e paziente resistenza. E perché crediamo che siano specialmente loro a «tener duro» in questo frangente in cui un’eminente parte della struttura ecclesiastica sta rumorosamente scricchiolando ed è molto facile abbandonare la nave con scetticismo. Già: laici, e se toccasse proprio a noi «salvare» la Chiesa? Non sarebbe la prima volta…

Ancora sulla pastorale dei single
di Francesca Lozito | 02 luglio 2010
Il primo articolo (che raccontava una storiella reale) ha toccato un «nervo scoperto». Proviamo allora a ragionare su qualche percorso possibile
Abbandono per lo spazio di un post l’abito che mi sono scelta per questo blog collettivo, quello di scrivere in forma di storie, per ritornare su uno degli argomenti trattati: la pastorale dei single.
Evidente provocazione per evidenziare un “nervo” che probabilmente è destinato a essere sempre più scoperto. Lo dimostra il fatto che la storiella (che attinge da accadimenti reali) abbia sortito l’effetto di una lettera da parte di un affezionato lettore. Che naturalmente ringraziamo.

E’ vero, nella Chiesa italiana di oggi non esiste una pastorale per questo genere di persone, che per i più svariati motivi si ritrovano a vivere una vita solitaria, senza una relazione affettiva, tra i 30 e i 40 anni. Alzi la mano e provi a smentirmi con l’evidenza dei fatti chi dice che non è vero. Situazione dovuta anche al fatto che una volta i single non c’erano e oggi ci sono. Una volta c’erano solo gli zitelloni e le zitellone, ma mi chiedo se cambiando l’ordine degli addendi il risultato non sia sempre lo stesso.

Una delle protagoniste della storiella, quella vera, si ritrova oggi a dover dire il Rosario con le vecchiette del suo quartiere … è evidentemente meno frustrante del fare una due giorni con le giovani coppie, che hanno esigenze diverse, è un fatto. Perché è ovvio che anche il single, praticante, crede nel valore della famiglia e vorrebbe averne una. Ma più che sentirsi una sorta di figlio di un Dio minore per non averla ancora o non riuscire mai ad averla (chissà e chi può dirlo?) avrebbe piuttosto bisogno di aprire il proprio cuore e liberare quelle domande di senso che in un contesto che non è abituato ad ascoltarle vengono in genere represse, oppure indirizzate verso percorsi che non sono proprio quelli che fanno davvero bene. Magari anche senza saperlo, magari con un fondo di bontà.
Il luogo in cui liberarle, sia ben chiaro, non può essere il confessionale. O non il solo. Non è un peccato che le ragioni della vita, o un brutto carattere, o una storia andata male abbia portato una persona ad essere sola. E, come dice sempre un mio amico prete, per i problemi psicologici ho sempre pronto un indirizzo di uno psicologo buon terapeuta a cui indirizzare i miei parrocchiani.

Il punto è un altro. Vedo ancora troppo poco nel contesto ecclesiale – da parte di laici e religiosi, sia ben chiaro – la capacità di riconoscere persone che vivono in questa situazione per quello che sono. Persone con una potenzialità e una ricchiezza, che però hanno bisogno di vedere prima di tutto loro. E che se non riescono a vederla da soli devono riuscire a farlo attraverso una vita con gli altri prima che per gli altri. Forse è anche, come scrive il nostro lettore, un problema di incasellamento: la pastorale d’ambiente ci impone di dare una sorta di patronimico ad ogni appartenente alla comunità: Anna e Giacomo delle famiglie, Silvia dei giovani,  Vincenzo degli adulti. Che guarda caso sono sempre molto adulti e sono spesso la maggioranza nelle comunità cristiane … ma quando la vita farà fisiologicamente il suo corso chi li sostiuirà se oggi non si coltivano i Vincenzo, ma anche i Maria di domani?
Ascoltare le domande di senso, condividerle e magari provare a costruire un pezzo di umanità. Non si risolve offrendo meccanismi di compensazione: hai tempo e allora ti impegni di più e riempi quei vuoti che non vuoi sentire. Oppure con qualche offerta a buon mercato di spiritualità consolatoria. No, è rischioso, può fare anche più male.

 

Sotto la croce, luogo di guarigione, si può anche cozzare con quello che si pensa non vada di sé stessi. O che non si vede nella giusta prospettiva. E’ proprio lì che occorre farlo, perché è un luogo autentico. In cui dopo la presa di coscienza e magari qualche lacrima, c’è l’abbraccio sicuro – che è per tutti – di chi ci ama così come siamo. Perché facciamo tanta fatica a capirlo?

Ma a quando un «anno dei laici»?ultima modifica: 2010-07-04T18:09:52+02:00da borgosotto
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